La scena la conosco bene, me la raccontano in ogni corso. Bisogna rispondere a un cliente, il testo è delicato, il tempo è poco. Si apre ChatGPT, si incolla l'email del cliente (nome, azienda, condizioni, tutto) e si chiede una risposta cortese. Trenta secondi, risolto. Peccato che quei dati abbiano appena lasciato l'azienda.

Il punto che quasi nessuno considera

Quello che scrivi in un chatbot gratuito con un account personale finisce su server di cui non controlli nulla, e in certi casi può essere usato per addestrare i modelli. Non è un'ipotesi complottista: è scritto nelle condizioni d'uso che nessuno legge. Con un account aziendale a pagamento le tutele cambiano, ed è esattamente per questo che la scelta dello strumento e dell'account è una decisione aziendale, non individuale.

La lista delle cose da non incollare mai

Dati personali di clienti, fornitori e dipendenti: nomi collegati a situazioni, contatti, dati economici. Prezzi e condizioni riservate: listini, sconti, margini. Contratti e trattative in corso. Tutto ciò che hai firmato di tenere riservato. Credenziali e accessi, ovviamente. E i dati sanitari o giudiziari, sempre, senza eccezioni: lì il GDPR non perdona.

L'alternativa non è rinunciare

È anonimizzare e strutturare. Il chatbot non ha bisogno di sapere che il cliente si chiama Rossi Srl e che lo sconto è del 12%: gli basta «un cliente lamenta un ritardo di consegna, devo rispondere con fermezza cortese». Il risultato è identico, il rischio sparisce. È una tecnica che si impara in un'ora e che da sola vale metà della conformità quotidiana. Il resto è avere regole scritte e condivise. Se vuoi, ci lavoriamo insieme.

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