Prima o poi ogni azienda che cresce se lo chiede: continuiamo a portare dentro formazione da fuori, o facciamo crescere qualcuno di nostro che poi insegna agli altri? Faccio il formatore esterno di mestiere, quindi ho un conflitto di interessi dichiarato, ed è proprio per questo che ti do i criteri per decidere, non la risposta che conviene a me.

Quando l'interno ha senso

Sulle competenze che usate ogni giorno e che cambiano poco: il gestionale, le procedure di casa, i processi specifici del vostro lavoro. Lì un referente interno è imbattibile: conosce il contesto, è disponibile al momento del bisogno, costa marginalmente poco. Il rischio da gestire: la persona brava a fare non sempre è brava a insegnare, e il tempo dedicato a formare i colleghi va riconosciuto, non incastrato tra le altre mille cose.

Quando serve l'esterno

Su tutto ciò che si muove in fretta e che dentro non c'è: l'AI generativa, il marketing che cambia piattaforme e regole ogni anno, le competenze nuove che il mercato inizia a chiedere. L'esterno porta due cose che l'interno non può avere: l'esperienza trasversale di decine di aziende diverse, e la libertà di dire le cose scomode, quella che un dipendente davanti al titolare esercita raramente.

La combinazione che funziona nelle PMI

La formula che vedo funzionare meglio: l'esterno porta la competenza nuova e forma bene un piccolo gruppo, incluso un referente interno; il referente la mantiene viva ogni giorno; l'esterno torna periodicamente per gli aggiornamenti e per correggere le derive. L'azienda si compra l'indipendenza, non l'abbonamento. Se un formatore lavora per rendersi indispensabile invece che per rendervi autonomi, avete l'informazione che vi serve su di lui.

Vuoi costruire competenze che restano in azienda?

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